Lascia la moglie Adele, le adorate figlie Sabrina e Sahara, la mamma Pinuccia e tantissimi amici in tutto il mondo.
Articolo "Corriere della Sera" del 01/08/2026
Roberto Mignone, una vita per i profughiL’anima torinese dell’Unhcr era Roberto Mignone, 61 anni, un uomo che ha dato la vita per servire gli altri. In parole semplici, è stato un diplomatico umanitario; ma per definire quello che ha incarnato servirebbe molto di più. Roberto ha servito per quasi trent’anni l’Agenzia Onu per i rifugiati, che dal 1950 lavora per garantire a tutte le persone costrette a fuggire da guerre, violenze e persecuzioni il diritto di chiedere asilo e di vivere in un luogo sicuro. In particolare, è stato a lungo Rappresentante Unhcr in Libia con sede in Tunisia. Ma prima aveva girato il mondo, tra Mozambico, Guatemala, Colombia, Svezia, Australia, India e Costa Rica e la sede centrale di Ginevra.
Là dove c’era un’emergenza c’era Roberto, che raccontava di aver scelto di diventare operatore umanitario durante un viaggio in Asia. «Incontrai dei bambini Karen provenienti dal Myanmar e rifugiatisi in un villaggio nel nord della Tailandia. Mentre gli offrivo dei dolci pensavo, “spero, un giorno, di tornare con qualcosa di meglio”. In quel momento capii che avrei voluto lavorare in questo campo». Durante la sua avventura in Libia, Roberto è stato al fianco di una popolazione negli anni più duri dei disordini cominciati con l’insurrezione che portò alla deposizione di Muammar Gheddafi nel 2011. Tra l’evacuazione dei rifugiati e il rilascio di centinaia e centinaia di persone detenute in orribili centri di detenzione, sono state innumerevoli le sfide affrontate e le persone che Roberto ha aiutato. Ma del resto, per il suo lavoro era una passione, anzi, qualcosa di più: era una missione. «Spesso ho pensato che avrei pagato per fare il lavoro che stavo facendo», confidò in una intervista nella quale ha raccontato che il periodo più gratificante è stato quello vissuto in Colombia: «In quel paese ho svolto 250 missioni sul campo, a cavallo, a piedi, su delle piccole imbarcazioni, raggiungendo le comunità stanziate nella giungla più remota». «Guerre, carestie, terremoti, disordini civili, qualunque fosse la circostanza, Roby era lì, in prima linea di fronte alla sofferenza umana, offrendo aiuto, protezione e speranza», racconta il suo grande amico Christopher Peet. Fino alla pensione, arrivata a fine 2024. Il destino ha voluto che questo uomo speciale non potesse godersi il meritato riposo, a causa di una malattia perfida che lo ha portato via. Ma anche nelle difficoltà Mignone non si è mai lasciato andare: ha affrontato la sua condizione con molto coraggio e ha continuato a fare progetti. Lascia la moglie Adele, le adorate figlie Sabrina e Sahara, la mamma Pinuccia e tantissimi amici in tutto il mondo.

